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L’amore muove tutte le cose. Dalla Svezia all’Iran per dare speranza ad un popolo

Donato De Ceglie
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Dalla Svezia all'Iran per combattere terrorismo e fondamentalismo
Domani partirà alla volta di Bari passando per Molfetta e Giovinazzo. Sul suo carrello c'è il simbolo che era presente nella vecchia bandiera iraniana
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Lo abbiamo incontrato nel parcheggio del Mc Donald’s di Bisceglie.

Kamran indossa il tradizionale cappello di preghiera utilizzato dai “muslim”, ha delle treccine alla barba, e le cuffiette bianche che lo stanno accompagnando nel suo viaggio. Con lui si è mossa la primavera. Ha lasciato la Svezia lo scorso 20 marzo per attraversare mezzo mondo con il sogno di giungere in Iran. Ma facciamo un passo indietro. Trentadue anni fa, all’età di 15 anni, Kamran è fuggito dal Paese nel quale oggi sogna di tornare per parlare di diritti umani, per scuotere attenzione mediatica e chiedere libertà per il popolo iraniano. “Mi sorreggono tutti, il popolo svedese, le persone che incontro, la mia famiglia” ci dice.

Davanti a sé un frullato ed un muffin che non riesce a finire di mangiare mentre ci parla di religione, di vita, di fatica, di avventure ed errori. Passiamo con lui due ore e un quarto ma il tempo sembra una variabile non contemplata in questa storia. Kamran sta viaggiando per protestare contro il terrorismo ed il fondamentalismo, perché è stufo di vedere il popolo che ama oppresso in questa maniera. La scelta del giorno della partenza non è casuale, in quel giorno in Iran si festeggia il Nawrūzricorrenza tradizionale che celebra il nuovo anno. Un nuovo inizio.

Ha un carrello, un passeggino svedese, a tre ruote con la copertura totale per il neonato (per proteggerlo durante i mesi più rigidi dalle intemperie) ma non ci sono bambini su quelle ruote che sorreggono un peso di circa 100 chilogrammi. Ci sono dieci litri di acqua, una tenda, attrezzatura tecnica per accamparsi, indumenti e la bandiera del leone che sino al 1979 campeggiava al centro della bandiera iraniana. Un leone In Svezia vive con sua moglie e due figli. Non vede l’ora di riabbracciarli eppure sa che potrebbe non accadere più.

Sino ad oggi ha attraversato 9 Paesi: la Svezia, la Polonia, la Germania, Repubblica Ceca, Austria, Slovacchia, Unghieria e Serbia. Attualmente è un “illegale”, il suo passaporto iraniano è scaduto perché si rifiutò di rinnovarlo quando scappò dalla guerra. Avrebbe dovuto firmare il “mercy call” nei confronti dell’Āyatollāh, ma “non ho voluto per una questione di principio, perché dovrei?” dice. Ogni giorno a passo sostenuto, il suo carrello naviga sull’asfalto e solca la strada. Vallate, colline, pendii e spiagge. In questi ultimi giorni ha approfittato della lunga costa pugliese per delle soste al mare. Ogni giorno ricomincia la sua vita, ogni giorno sceglie il suo rifugio per la notte. “Può essere un muro, una zona buia, l’importante è star attento che non ci siano cani che vengano a dare fastidio”.

Kamran era un insegnante di sostegno, praticava sport e si allenava intensamente. Un brutto incidente in skateboard gli ha causato un danno al collo, è stato operato e questo gli ha procurato anche dolori molto intensi durante il viaggio, dolori articolari che gli bloccavano tutto il braccio. Quando ho smesso di allenarmi intensamente ho iniziato a camminare ed ho capito che avevo un grande dono, avevo un potere. E dovevo metterlo a disposizione di qualcuno o qualcosa. Quel “qualcosa” sono i diritti che il popolo iraniano non ha, la sensazione di libertà logorata da fondamentalismi e terrorismi. “Sento che Dio o non so, chiamatelo Potere, chiamatelo come volete, mi ha dato questo dono. Mi ha dato forza nelle gambe e devo restituire al mondo questo dono”. Non si dice religioso, “I’m muslim, yeah but i’m catholic, i’m buddhist… love is all we need”, “Tu in cosa credi? Ecco io credo in quello. Anzi credo anche in te” ci dice e ride.

Gli occhi si impreziosiscono di una luce cupa ma piena di speranza quando parla del suo popolo, “Tutti meritano una vita piena di amore, il popolo iraniano è da troppo tempo oppresso dai fondamentalismi”. Quando gli chiediamo se ha paura della morte, che lui stesso mette in conto, ride: “Ma ci pensate? Ucciso dopo 7000 chilometri a piedi. Sarebbe assurdo no?”. E ride forse anche per scacciare qualche brutto pensiero. “Oggi ringrazio Dio per tutto. Tempo fa ho perso la mia attività in Svezia, si è incendiata la struttura del ristorante per colpa di un pc portatile che era nello scantinato. Ho perso tanti soldi ma non la voglia di camminare. Forse devo ringraziare per quell’episodio, mi ha indirizzato qui”.

Domani partirà alla volta di Bari passando per Molfetta e Giovinazzo. Sul suo carrello c’è il simbolo che era presente nella vecchia bandiera iraniana, come già detto. “Oggi però esporre questo simbolo è vietato. Si rischia l’arresto o l’impiccagione. Io voglio portarlo in Iran e raggiungere la tomba di Ciro il Grande, fondatore dell’impero persiano”, una scelta simbolica e molto forte nei confronti dell’attuale governo. “Non c’è nulla che mi faccia paura finché vedo l’amore delle persone, finché mi fanno sentire tutto il loro amore. Ho ricevuto molti aiuti lungo il mio percorso, mi hanno fatto sentire amato”.

Kamran mentre parla, perde dalla tasca il suo portafoglio, un ragazzo che era lì presente ad ascoltare da lontano, corre a raccogliere il portafogli e lo rende a Kamran che ringrazia con un grande sorriso. Sua moglie segue i canali social a distanza, sia su Facebook: “Walking to Iran for freedom – Swenedtoiran” o dal profilo Instagram “swedentoiran”.

Gli chiediamo cosa ritenga fondamentale in questo lungo viaggio, credendo rispondesse l’acqua. “La bandiera, è il motivo per il quale sto andando in Iran. Per sperare che anche il mio popolo possa tornare a parlare di diritti umani”.

martedì 27 Giugno 2017

(modifica il 24 Giugno 2022, 13:06)

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