Cultura

LE STORIE E LE PAROLE. Un giovane del ​Burkina Faso​ come mio padre negli Anni ’50

Giulio Di Luzio
Rattouega Sawadogo e il Prof. Giulio Di Luzio
«Mi trovo bene a Bisceglie –dice- sembra di stare in una grande famiglia»
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Nono appuntamento con la rubrica domenicale a cura del Prof. Giulio Di Luzio sull'integrazione di stranieri nel nostro territorio. Racconti di storie di vita vissuta tra le nostre strade, nelle nostre case. Un segno tangibile, senza inutile retorica, del cambiamento dei tempi che dovrebbe portare anche ad un cambiamento degli uomini. E' bene precisare che questa collaborazione è a titolo completamente gratuito, a testimonianza della passione del prof. Di Luzio per questi temi così delicati e importanti.

Mio padre ha girato le grandi città industriali italiane negli anni Cinquanta tra Torino e Milano. Ricordo da piccolo che quando partiva, mia madre preparava il bidone dell’olio d’oliva, ricavato dall’uliveto del nonno, e anche un recipiente di vino, pomodori appesi e due panette di pane fatto in casa. Per i meridionali bastava quello, per mantenersi un paio di settimane. Quando leggevamo le sue lettere, restavamo con gli occhi sospesi di fronte ai numerosi lavori, che aveva cambiato nell’arco di un mese: puliva le scale dei condomini di lusso a Milano, faceva il garzone ai nascenti fruttivendoli, gestiti da compaesani ma la massima aspirazione era entrare alla Fiat a Torino, Alla Magneti Marelli o all’Alfa Romeo di Milano.

La memoria corre infatti a quella girandola di mestieri, mentre Rattouega Sawadogo elenca i suoi, ancor più numerosi: contadino nel raccolto stagionale di olive e ciliegie, giardiniere, imbianchino, elettricista, benzinaio e cassiere! In città lo chiamano tutti Salvatore, nome d’arte necessario per facilitarne la pronuncia, come fanno tanti giovani africani. Vanta un percorso migratorio di tutto rispetto, da otto anni a Bisceglie con brevi parentesi a Napoli, Milano, Roma, Torino. Penso ai giovani paesani a carico delle proprie famiglie fino a quarant’anni, in attesa della fatidica raccomandazione necessaria per approdare al “posto statale”, magari sotto casa. E punto con gli occhi il mio interlocutore, le mani nodose, lo sguardo fiero di essere africano, in cui intravedo le migliaia di chilometri percorsi, i centinaia di colloqui di lavoro sostenuti tra sguardi lividi e il timore, fondato, di essere scavalcato dai bianchi, le decine di materassi con l’impronta del suo corpo durante le lunghe notti italiane nel continuo peregrinare in giro per la penisola, i tanti “siamo al completo, non ci serve nessuno”. E l’immagine di mio padre si sovrappone a quella del giovane burkinabè, che ho di fronte. Viene da Combisri, città di circa 100.000 abitanti in Burkina Faso, il Paese africano che visse la formidabile esperienza di liberazione dal colonialismo durante il Governo di Thomas Sankara (per questo chiamato il Che Guevara africano), poi assassinato nel 1987. Di questo mi parla con orgoglio, mentre il “sogno” occidentale si delinea nella sua aspirazione ma anche nella sua condanna per le politiche di spoliazione economica praticata anche in Burkina Faso. Uno tra i più poveri Paesi del mondo, il Burkina Faso occupa il 182mo posto su 189 rispetto all’Indice di Sviluppo Umano. Quasi la metà della popolazione vive al di sotto della soglia della povertà con una media di poco superiore a 1 euro al giorno, il costo del nostro quotidiano caffè!

“Mi trovo bene a Bisceglie –dice- sembra di stare in una grande famiglia. Ho fratelli nella mia patria e conto di far venire qui uno di loro. Nelle grandi città invece l’aria che si respira verso gli immigrati non è tanto bella per noi”. Anche  Rattouega Sawadogo coltiva il progetto di costruire una casa tutta sua in Burkina Faso, dove i costi sono infinitesimali rispetto a quelli italiani. Me lo conferma con orgoglio e capisco che la certosina contabilità di questi migranti sui loro risparmi, farebbe invidia alla gestione familiare dei nostri bilanci mensili, stretti come essi sono tra il pagamento del fitto, spesso rapace, il lavoro non sempre presente, le rimesse alle loro famiglie in Africa e addirittura una casa in costruzione. “Soprattutto quando il lavoro manca -mi conferma- come in questo periodo”. La terra degli uomini integri è la traduzione italiana di Burkina Faso. E oggi ho la certezza di averne conosciuto uno!

SCHEDA BIO-BIBLIOGRAFICA
Giulio Di Luzio. Attivista antimilitarista e obiettore di coscienza, dagli anni Novanta inizia a scrivere su "Bergamo-Oggi" durante una supplenza scolastica al nord. Ha lavorato per "il manifesto" e  "Liberazione". Ha collaborato ad Antenna Sud e alle edizioni pugliesi de "Il Corriere del Mezzogiorno" e "la Repubblica".  Ha già pubblicato sette saggi e cinque romanzi, che l’hanno portato alle trasmissioni Rai: "Chi l’ha visto?", "Rai News 24", "Radio 3 Farheneit", "Racconti di vita".
– I fantasmi dell’Enichem (Baldini Castoldi Dalai -2003)
– A un passo dal sogno (Besa – 2006)
– Il disubbidiente (Mursia – 2008)
– Brutti, sporchi e cattivi (Ediesse – 2011)
– Clandestini – (Ediesse – 2013)
– Non si fitta agli extracomunitari (Editori Internazionali Riuniti – 2014)
– La fabbrica della felicità (Stampa Alternativa – 2016)
– Fimmene (Besa – 2017)
– Tuccata (Besa – 2018)
– La libertà negata (Promosaik – 2021) Tradotto in tedesco e francese
– Apartheid all'italiana (Promosaik – 2021) Tradotto in tedesco.
– La nobile gioventù (Promosaik – 2021).
Attualmente si occupa di politica internazionale in alcuni Gruppi politici della Federazione Russa.

domenica 10 Aprile 2022

(modifica il 27 Luglio 2022, 13:36)

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