Cronaca

​LE STORIE E LE PAROLE. Quando anche l’informazione alimenta il razzismo

La Redazione
I controlli di polizia
«Solo propaganda agitata strumentalmente, per creare panico sociale e paura»
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Decimo appuntamento con la rubrica domenicale a cura del Prof. Giulio Di Luzio sull'integrazione di stranieri nel nostro territorio. Racconti di storie di vita vissuta tra le nostre strade, nelle nostre case. Un segno tangibile, senza inutile retorica, del cambiamento dei tempi che dovrebbe portare anche ad un cambiamento degli uomini. E' bene precisare che questa collaborazione è a titolo completamente gratuito, a testimonianza della passione del prof. Di Luzio per questi temi così delicati e importanti.

Dal punto di vista giornalistico affrontare qualsiasi argomento col taglio emergenziale e allarmistico, significa sollecitare l’interesse morboso del lettore. Questo vale anche quando parliamo di migrazioni. Schiacciare il tema sulle corde dell’ordine pubblico serve a connotare e stigmatizzare la cronaca di uno sbarco di migranti o il furto in un supermercato o una accesa discussione in un quartiere. Il furto di una bicicletta? Sono i negri. Un giardino di frutta svuotato? Sono gli extracomunitari. Ma quali elementi abbiamo, per accusarli? Nessuno. Solo propaganda agitata strumentalmente, per creare panico sociale e paura. Di questo parlo con alcuni ragazzi africani presenti a Bisceglie. Precisano di essere stufi di curiosità spesso banalizzate e generalizzate, che non approfondiscono le reali ragioni delle migrazioni, di essere esibiti tra associazioni e incontri e assemblee come scimmiette da zoo in quella girandola di iniziative sovente fine a se stesse, se non addirittura utili solo a saziare gli appetiti di quella particolare categoria di operatori del settore, lautamente retribuiti da progetti finanziati dallo Stato, che Giorgio Gaber con pungente ironia chiamava professionisti del sociale, dove l’espressione “professionisti” già delinea una distorsione sulle modalità di intervento in questo delicato segmento del Welfare.

Denunciano essi stessi che il terreno di intervento deve essere quello educativo (scuola, famiglia, mondo della fede e del lavoro, sindacato), che solo metterebbe a freno quel cinismo sottile che sgrava spesso prese di posizioni pregiudiziali, svuotate di ogni verifica previa. E’ del tutto evidente che quando quotidiani e Tg aprono un servizio giornalistico con lo stigma di clandestino, extracomunitario o invasore, ne consegue una percezione collettiva delittuosa dell’intero fenomeno, che non traccia i necessari distinguo e sigla false generalizzazioni. Una cronaca di sbarchi? L’apertura di pagina consegna all’ignaro lettore o spettatore l’immagine del lampeggiante di un’auto delle forze dell’ordine, quasi a simbolizzare il posto assegnato al tema! L'operazione mediatica, ripetuta decine di volte durante i diversi telegiornali, offre una lettura univoca e incontrovertibile dei fatti, che vengono ascritti acriticamente alla cronaca nera. Chi si occupa di manipolazione mediatica, sa bene di cosa parlo, perché i meccanismi della informazione scavano in profondità e generano certezze, destituite di ogni fondamento di ricerca scientifica e indagine sul campo. Lo stiamo verificando durante l’attuale conflitto ucraino! Presentare un rumeno come autore di un furto in un supermercato –enfatizzandone la nazionalità- è un copione mediatico molto usato dalla informazione italiana.

Era la medesima operazione sottoculturale molto in voga negli anni Sessanta sui grandi giornali del Nord, quando i meridionali lì emigrati venivano stigmatizzati come pugliesi, siciliani, calabresi, napoletani, negandone le generalità e la identità, quasi non fossero italiani e rappresentassero etnìe pericolose! Viceversa lo stesso rumeno, magari precipitato da un ponteggio in un cantiere edile del settentrione, perde immediatamente la sua nazionalità e diviene di colpo muratore caduto in cantiere. Perché? L’immigrato non può essere mai vittima ma solo autore di un reato! Gli esempi si sprecano e non risparmiano neanche la nostra cittadina, soprattutto per chi non conosca, né ha voglia di approfondire, le reali motivazioni delle migrazioni, che in questa rubrica cerchiamo di rappresentare attraverso le storie dei diretti protagonisti.

SCHEDA BIO-BIBLIOGRAFICA
Giulio Di Luzio. Attivista antimilitarista e obiettore di coscienza, dagli anni Novanta inizia a scrivere su "Bergamo-Oggi" durante una supplenza scolastica al nord. Ha lavorato per "il manifesto" e  "Liberazione". Ha collaborato ad Antenna Sud e alle edizioni pugliesi de "Il Corriere del Mezzogiorno" e "la Repubblica".  Ha già pubblicato sette saggi e cinque romanzi, che l’hanno portato alle trasmissioni Rai: "Chi l’ha visto?", "Rai News 24", "Radio 3 Farheneit", "Racconti di vita".
– I fantasmi dell’Enichem (Baldini Castoldi Dalai -2003)
– A un passo dal sogno (Besa – 2006)
– Il disubbidiente (Mursia – 2008)
– Brutti, sporchi e cattivi (Ediesse – 2011)
– Clandestini – (Ediesse – 2013)
– Non si fitta agli extracomunitari (Editori Internazionali Riuniti – 2014)
– La fabbrica della felicità (Stampa Alternativa – 2016)
– Fimmene (Besa – 2017)
– Tuccata (Besa – 2018)
– La libertà negata (Promosaik – 2021) Tradotto in tedesco e francese
– Apartheid all'italiana (Promosaik – 2021) Tradotto in tedesco.
– La nobile gioventù (Promosaik – 2021).
Attualmente si occupa di politica internazionale in alcuni Gruppi politici della Federazione Russa.

domenica 17 Aprile 2022

(modifica il 27 Luglio 2022, 13:26)

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